Molto vicina al paese, si trova sulla destra della strada che conduce alla Statale 131 ed è ubicata in posizione panoramica, rivolta verso l'abitato. Si trova all'interno di un piccolo parco alberato molto ben curato e dotato di area pic nic, nel quale sono stati realizzati, il teatro all'aperto e, riprendendo il modulo delle cumbessias, una serie di spazi da destinare ad utilizzo artistico, artigianale e di ristorazione La costruzione è molto antica e come testimonia un'epigrafe scolpita nel 1686, la cui copia è murata all'esterno, di fianco all'ingresso principale, risale al 1280; nel 1583 venne riadattata o forse ricostruita dalle fondamenta e forse nel contempo, avviene la realizzazione del porticato, come si usava in periodo spagnolo, per assicurare riparo ai devoti in occasione delle festività e agli agricoltori che sostavano nei campi durante il caldo periodo del raccolto. E' di fattura popolare, molto semplice ma assai graziosa, con un'aula rettangolare, alla quale nel 1966 vennero aggiunte due piccole cappelle laterali, accessibili anche dall'esterno grazie alle rispettive porte. Sulla parete del presbiterio, vi è una pregevole nicchia ricavata nel muro e coronata da un'edicola in arenaria con semplici fregi, sostenuta da due semicolonnine modanate; la copertura della sala, che anticamente era in travi di ginepro a sostenere un incannucciato, ha la tipica spiovenza a capanna e sul portale centrale si trova il campanile a vela, nel quale è alloggiata la campana in bronzo, donata nel 1842 e che fino al 1945, anno di costruzione della torretta e di alcuni restauri, veniva custodita in parrocchia e portata alla chiesetta per essere collocata tra due assi in legno, durante i giorni della festività. Il loggiato, "sa lolla", si apre frontalmente, con tre archi e contribuisce ad aggraziare la struttura. Nell'ultimo restauro, intrapreso nel 1995, sono stati affrontati importanti interventi, per riproporre l'originario stile, con l'eliminazione delle parti ed arredi marmorei aggiunti principalmente nei lavori del 1967, tra i quali i pavimenti ed il pulpito, che dal 1959 aveva sostituito l'antico in legno; anche l'altare, dello stesso materiale, è stato rimosso con la posa della nuova mensa in pietra, a richiamare l'austerità che contraddistingueva l'originario luogo di culto La nicchia della parete di fondo conserva un recente simulacro acquistato nel 1996, mentre l'antica statua, di bottega sarda, risalirebbe al 1750 circa ed è custodita in parrocchia all'interno di una teca a vetri. Il corpo è composto da un trespolo intrecciato sul quale sono inserite le mani e la testa, in legno intagliato e colorato; questa soluzione avvenne per motivi economici e si rivela molto pratica quando deve avvenire il cambio dell'abito, perché normalmente l'immagine indossa un vestito bianco, segno della purezza e che in occasione della festività viene sostituito da uno rosso, segno del martirio. Sulla mano destra porta una palma e con la sinistra regge il Vangelo, mentre sul capo, che ha una parrucca di veri capelli, è riposta una corona a 19 raggi, il tutto in argento e databile al XVII e XVIII secolo Oltre alle epigrafi datate 1583 e 1686 a testimoniare la presenza dell'edificio, non sono numerosi i documenti d'archivio a disposizione, perché diversi atti riguardanti le visite pastorali, sono incompleti o perduti. In una nota delle chiese rurali diocesane, datata 1763, è segnalata priva di dote; in quel periodo, molte chiese e principalmente in campagna, non possedendo rendite che assicurassero le necessarie manutenzioni, vennero sconsacrate e demolite, anche per evitare che diventassero rifugio di fuorilegge che rifugiandosi all'interno, potevano godere del diritto d'asilo. Non risulta comunque che la nostra chiesetta sia mai stata interdetta o sconsacrata, perché evidentemente poteva contare sulle risorse garantite da particolari devoti o gli stessi obrieri che la gestivano. Il 30 maggio del 1821 venne visitata da monsignor Giuseppe Paradiso Stanislao, che non lasciò alcun decreto, il che ci conferma la sua condizione di decoro, che la ha sempre contraddistinta sino ai nostri giorni Chi era Santa Marina Villanovaforru è l'unico paese in Sardegna che possiede una chiesa dedicata a questa Santa, Vergine e Martire, che in passato era venerata anche a Serramanna e Nuoro. Secondo la tradizione, la Santa proviene dalla Galizia in Spagna, dove è fortemente venerata ma qualcuno la identifica con Santa Margherita di Antiochia in Asia Minore, in quanto vi sono parecchie analogie nella "Passio" delle due figure. Per la comunità di Villanovaforru comunque è sempre stata e sicuramente lo sarà sempre, Marina spagnola che nacque nell'anno 123 sotto il dominio romano, figlia del governatore di Ginzo de Limia che accortosi della sua conversione, non riuscendo a distoglierla dai suoi propositi, la rinnegò. La giovane, scacciata di casa ed adottata dalla sua balia che le aveva trasmesso il messaggio cristiano, per sopravvivere si adattò a lavorare nei campi, dove fu notata dal governatore della Galizia Olibrio che se ne invaghì dichiarandole di voler prenderla in moglie, ma non accettando la sua fede. Lei, affidandosi esclusivamente alla protezione del Signore, non acconsentì alle offerte, alle minacce ed alle terribili torture che al contrario fecero convertire molti suoi conterranei. Esasperato dalla propria impotenza, Olibrio la fece decapitare il 18 luglio del 138, all'età di 15 anni e nei punti dove cadde la sua testa, che rimbalzò per due volte, scaturirono delle sorgenti di acqua purissima, chiamate ancora oggi Fuentes de Aguas Santas, nei pressi della quali è sorta la splendida basilica romanica a lei dedicata La festa Santa Marina viene festeggiata in due occasioni: il 17 luglio nel ricordo del martirio ed il martedì successivo alla Pasqua, per il quale non è certo il motivo, forse legato all'antica usanza di molti paesi nel solennizzare i propri Santi Martiri il giorno dopo la Resurrezione di Cristo, per dare una continuità al suo messaggio. Il rituale è uguale in entrambi i periodi e prende avvio i giorni delle vigilie, che sono il lunedì dell'Angelo e il 16 luglio, con la vestizione della Santa, alla quale si fa indossare l'abito rosso. Tale compito è assolto da "sa priorissa manna", assistita da "is priorisas", il gruppo di donne che si occupano annualmente della cura della chiesa parrocchiale. Il pomeriggio il simulacro è portato in processione alla chiesa campestre ed all'arrivo, dopo tre giri intorno alla stessa, si entra per assistere alla messa vespertina. L'indomani la prima messa è officiata in parrocchia, mentre alle 11 avviene la celebrazione solenne cantata, officiata da un predicatore invitato dal parroco. Nel pomeriggio, si svolge la processione del rientro in paese, che non segue lo stesso percorso di quella dell'andata. Arrivati in piazza, davanti alla chiesa parrocchiale, viene impartita la benedizione. Le processioni sono scandite dal canto del rosario in sardo, al quale si alternano donne e uomini, mentre le messe si concludono col canto dei "Goccius", le laudi che narrano la vita della Santa, declamandone le virtù Le solennità successive alla Pasqua sono a carattere prettamente religioso, mentre quelle estive hanno un corollario di manifestazioni civili ed in entrambe, provvede all'intera organizzazione, un comitato annuale scelto appositamente dai membri, "is obreris", che hanno composto il comitato dell'anno precedente

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